Esiste un’isola dove il mondo tace, ed è il mare, a parlare.
Ne amo il mirarne le onde, quel danzare ritmico e lieve, intenso, il fare l’amore con la terra ed il fondersi con il cielo giù, dove lo sguardo arriva appena, penetra i sospiri del vento trascinante FrammentiRammenti del tutto, di ciò ch’è stato, che è, che sarà. Un’ isola dove il sole nasce sapendo di dover morire ogni giorno, lì, a quell’ora, eppure nasce e sorge e alto domina su fusti di fico d’India svettanti e ombre di gabbiano, amplessi di onde alle rocce irsute e arrubie, mirti e corbezzoli e farfalle in amore come i gusci di barche, e ancora, appresso alle colline morbide, il sole muore. E c’è una vecchia, nei miei ricordi di marebambina, che siede sempre lì, sullo stesso terzo gradino di granito ardente nascosto da muri di cisto,a sgranare rosari e recitare nenje di strega. Ancora adesso, nei peregrinare in quell’angolo di boschi a corona affondato tra i monti e le fonti, i castagni accesi a costeggiare sentieri irti, avidi, inariditi, ed i passeri sparuti; la rivedo sa jana*, china e intenta recitare preghiere che paiono maledizioni di “Gesusumeu gesusumeu fachet sa grazia pro sos fizos e sa bon’anima de Pascale, maridu prus distintu*”. Ancora e sempre lì, ferma come il tempo, ferma come la vita che, eppure, continua a scorrere in ogni sole che sorge, in ogni sole che dorme, in ogni marea che va, ogni marea che viene. Eccola, l’anima della vita, svelata l’essenza, il costantemente consapevoli del sole che sorge ogni giorno, del sole che ogni giorno andrà a dormire, alla stessa ora. Quel ciclo ch’è lo stesso umano, nel bene e nel male: l’albero pianta MadreMatrigna, creatrice e fecondatrice, Mater Doloris, ventre e vaso, alma*, donna. E rammentare quella vecchia antica, per la Giovanna Mulas di oggi, è avere tatuata sulla pelle sa fèmina reina* di un corredo genetico tramandato per troppo, troppo, serva di lupo dominante e cuccioli affamati, del fecondatore assoluto e unico e primario dall’istinto primordiale e, come servitore dell’istinto, pieno esclusivamente del sé.A guardarla bene, la vecchia, vedevi la strega dal naso arcuato e la carne secca del mare e del sole, i capelli coperti dal fazzoletto di vedova precoce ma soddisfatta della vedovanza che non più di un obbligo si sarebbe trattata la sua vita di donna.
Ancora e sotto la scorza, però, ecco la dea, Proserpina in fiore rapita alla luce e alla luce, sola, rinata.
Qui resta, al lettore, un aroma lungo; una tenerezza che nasconde la ferita della narrazione, il viaggio nella psiche femminile, la caduta, il ritorno; un viaggio che, da donna prima che scrittrice, conosco. Un viaggio al quale non si pone mai fine giacchè è un precipitare continuo, languido, lascivo, nei meandri della propria mente, precipitare e risalire dai solchi della pelle ed ogni solco è un ricordo, ogni taglio è una cicatrice e assieme un petalo, ogni cicatrice è un senso all’ineguatezza, è quel viaggio – che detto leopardianamente può trovare via d’uscita nella testimonianza dell’avventura storica dell’ io, della problematica unicità/verità di un’esistenza dove la stessa divisione dell’io, come un’ombra di un’intensità struggente o una presenza vuota e comunque impercettibile seppure innegabile; serve a sanarlo- cominciato e portato a termine in pathos e nichilismo ridente, sorta di quadro teologico, rinato impreziosendo con una patina d’arcaismo le soluzioni formali, stilistiche ,metriche; e, da fenice, inaridito ancora e ancora e ancora e ancora. Si evidenziano dunque nell’opera la polemica civile e umanitaria, densa di generico classicismo attraverso una sagace innovazione stilistica dell’interno, un linguaggio di cauta innovazione per descrivere gli ambienti, le psicologie, i discorsi. L’autore si mostra sferzante nell’affiorante artificiosità dei legami malsani eppure giudicati dall’opinione pubblica nella norma; guarda attraverso lo specchio e si ritrae con orrore dalle scene di gelosia sanguinaria, deplora la degradazione dell’amore a freddo divertissement e mentre approva il superamento della passata barbarie, ricusa il facile edonismo della nuova cultura, quale era intesa negl’antichi salotti aristocratici, negli ovili padri-padroni. Leggo un autore che s’incanta delle forme di quell’intimo mondo ch’è la donna, che pienamente si cala nell’evidenza di una ricercatezza che è la sua stessa vita ed esperienza d’amore intimo, d’oblio unico ed infinito. Così dunque, il rapporto utile dulci si svolge in quello di buono è bello, il lusinghevol canto diviene poesia che orecchio ama placato/ e mente arguta e cor gentile; la narrazione acquista valore più alto e consolatore e conforta più dall’intimo la visione di una civiltà razionale, naturale, piacevole e virtuosa in cui tutti gli attributi narrativi, dall’ incipit al climax fino al naturale e desiderato evolversi, sciogliersi della vicenda letteraria (che è un carro allegorico); s’incastrano alla perfezione come i tasselli di un puzzle, raggiungendo una loro qualità universale e profonda. E’ una trasformazione che parte dal profondo durante tutta la parabola dell’opera, dentro e fuori i limiti della realtà biologica e del linguaggio in una coerenza applicata secondo ragionevolezza nella legge naturale dell’inversamente proporzionale, dove ogni azione determina una reazione uguale o contraria.
Bene bennidos in sa bida. Benvenuti nella vita: nel mare, nei boschi nascosti all’occhio che vola senza scavare, in quel terzo gradino di granito ardente.
Buona lettura.
Giovanna Mulas